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La Fondazione Ania e la Federazione Ciclistica Italiana – in collaborazione con la Polizia di Stato e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – hanno presentato nella sala Giunta del Coni a Roma il progetto “Sicuri in bicicletta”.

E fino a qui: ottimo. Perché lo sappiamo e ogni giorno abbiamo conferme: le strade sono sempre più pericolose per chi si sposta a piedi o in bici, quindi una campagna per la sicurezza stradale che punti alla protezione degli utenti leggeri è indispensabile.

E tuttavia la campagna Sicuri in bicicletta non sembra interessarsi dei veri problemi (la velocità delle automobili, gli angoli ciechi dei camion, le distrazioni di chi è a bordo di mezzi che pesano una tonnellata e vanno a 100 km all’ora), per dedicarsi invece alla colpevolizzazione delle vittime:

Aumentare la sicurezza dei ciclisti sulla strada attraverso una serie di iniziative che favoriscano l’utilizzo di protezioni e, al tempo stesso, riducano i comportamenti a rischio di chi usa la bicicletta per una passeggiata o per un allenamento.

Detto in altre parole: sei a rischio, vieni investito, in molti muoiono perché

  • non si proteggono abbastanza (leggi: non indossano il casco)
  • si comportano male, sono indisciplinati.

E qui, visto che ci sono Ania, Ministero, Polizia e Federciclismo, ti aspetti di trovare un po’ di dati, numeri e statistiche. Tipo: dei 5.000 incidenti stradali che si sono verificati sulla strada Tal dei Tali nel corso del 2017, ben 850 sono stati causati da ciclisti che viaggiavano affiancati e non in fila indiana. Oppure: nel 2017 sono morti sulle strade italiane 500 ciclisti, di questi ben 350 si sarebbero salvati se avessero indossato il casco. O ancora: la maggior parte degli incidenti che vedono come vittime ciclisti o pedoni si verificano all’alba o dopo il tramonto o alle undici di sera e sono causati soprattutto dal fatto che la bicicletta non aveva la luce –  o il pedone era vestito tutto di nero.

E invece no. Nessun dato, nessun numero. D’altra parte: sarebbe difficile tirare fuori dei numeri del genere perché basta scorrere le cronache locali per uno o due mesi e ci si fa subito un’idea precisa delle cause degli incidenti che hanno come vittime i pedoni e i ciclisti. Ma non vogliamo essere approssimativi anche noi, ci limitiamo a osservare che questa campagna è stata costruita sul nulla. Sul sentito dire. Questa campagna sostiene drammaticamente la tesi che i ciclisti se la vadano a cercare, una tesi del tutto assolutoria per chi si muove in automobile. Forse non era lo scopo, ma è certamente il risultato.

È una campagna senza capo né coda, veramente brutta nella sua rappresentazione visiva (video lunghissimi, girati male, montati peggio, pieni di stereotipi, luoghi comuni, inesattezze e banalità) e d’altra parte andiamo a leggere che cosa dice Umberto Guidoni, segretario generale della Fondazione Ania:

La bicicletta non deve essere vista soltanto dal punto di vista agonistico, ma rappresenta prima di tutto un mezzo per lo spostamento di milioni di persone, che si muovono su strada all’interno di un sistema di mobilità che, spesso, non li agevola [GIUSTO]. E la sicurezza di chi va in bici è il tema su cui bisogna concentrare l’attenzione, perché ora come ora non ce n’è abbastanza [GIUSTO]. Vogliamo fare qualcosa di concreto. Ed il modo migliore è educare, far capire l’importanza del rispetto nei confronti degli utenti della strada più deboli [GIUSTO]. La nostra è una vera e propria attività di formazione, attraverso dei video tutorial che spiegano i comportamenti corretti da tenere sulla strada. In attesa di nuovi e fondamentali interventi di sicurezza stradale e di modifiche specifiche al codice della strada che possono consentire a chi va in bicicletta di essere più protetto”.

Cioè: vuoi far capire come bisogna rispettare gli utenti della strada più deboli e la campagna la rivolgi a loro? Ti senti bene?

Ma forse il vero obiettivo di questa campagna è un altro e lo possiamo trovare nelle parole del prefetto Roberto Sgalla, direttore centrale delle specialità della Polizia di Stato:

Sono contentissimo di poter prendere parte a questa iniziativa, che permetterà a tanti ragazzi di capire l’importanza della convivenza tra automobilisti e ciclisti sulla strada. Che si potrà realizzare soltanto rispettando reciprocamente le regole che prevede il codice della strada. Un’idea che ci fa fare un difficile salto in avanti nella ricerca della sicurezza dei ciclisti: i loro comportamenti possono fare la differenza. Faremo di tutto per riproporre l’esigenza di rimettere mano al codice, per focalizzare l’attenzione sul tema della visibilità e per arrivare all’uso del casco obbligatorio.

Insomma, abbiamo capito tutto. La revisione del Codice della strada non è per rivedere completamente l’approccio alle strade, per limitare drasticamente la velocità dei mezzi motorizzati, per dare più diritti a chi sceglie di spostarsi su mezzi non motorizzati, ma la revisione serve per introdurre il casco obbligatorio per i ciclisti. E forse, un domani, uno scafandro in ferro battuto per i pedoni.

Nella migliore delle ipotesi questa campagna è un errore fatto in assoluta buona fede, nella peggiore delle ipotesi fa parte di un disegno per disincentivare la diffusione della bicicletta come mezzo di trasporto quotidiano, relegandola a strumento di svago e/o parte dell’equipaggiamento necessario per lo svolgimento di una pratica sportiva, favorendo qualche produttore di caschi.

La presentazione della campagna: http://www.fondazioneania.it/it/cosa-facciamo/attivita/progetti/l_educazione_stradale_e_la_formazione/Sicuri_in_bicicletta.html

Il comunicato stampa (in Pdf): http://www.fondazioneania.it/export/sites/fondazione/it/sala-stampa/comunicati-stampa/CS-Sicuri-in-Bicicletta-presentazione-e-dichiarazioni.pdf

L’articolo su Repubblica (Motori!): http://www.repubblica.it/motori/sezioni/sicurezza/2018/02/14/news/sicuri_in_bicicletta_i_ciclisti_si_comportino_cosi_-188828309/

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